Newsletter – Giugno 2016

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Newsletter – Giugno 2016

Newsletter estiva Giugno 2016

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Cari coltivatori,

eccoci con il secondo appuntamento della nostra newsletter, la stagione sta chiaramente entrando nel vivo, alcune fasi cruciali della coltivazione ci attendono e dobbiamo quindi farci trovare preparati ad affrontarle nel migliore dei modi! In questo numero tenteremo di arricchire di contenuto il nostro vademecum sulla coltivazione che avevamo sviluppato fino alla fase di pre-allegagione nello scorso numero. Tratteremo sostanzialmente la fase di allegagione e le cure necessarie a tenere le piante in salute fino alla fine della stagione. In un altro articolo invece illustreremo il fenomeno della fasciazione che colpisce diverse specie vegetali compresa la nostra Atlantic Giant, cercheremo di capire a cosa sia imputabile e quali provvedimenti sia necessario prendere nell’eventualità di incappare in una di queste mutazioni. Infine ci occuperemo delle reti antingrandi fotoselettive come valida alternativa alle soluzioni antigrandine tradizionali.

Vi auguriamo una buona lettura!

Vademecum sulla coltivazione delle Atlantic Giant: parte seconda

( a cura di Salvatore Parafioriti e Stefano Cutrupi)

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L’ allevamento della pianta va avanti ….. è il momento dell’ allegagione

La fase di allegagione è una fase molto delicata e dalle nostre scelte può dipendere il successo di un’intera stagione. Prima di pensare di poter allegare il frutto dobbiamo chiederci se la nostra pianta è abbastanza grande per poterne supportare la crescita. Non ci sono misure rigide, molti coltivatori allegano tra i 3,5 mt e i 5 mt. Altri preferiscono tenere conto del numero di secondari dietro la zucca, diciamo che orientativamente a una pianta ben equilibrata servono da 8 a 11 coppie di secondari per nutrire adeguatamente il frutticino. Nessuno vieta di far allegare anche prima o dopo, ma i migliori risultati sono comunque attesi entro questi numeri. In questa fase sarà necessario curvare il tralcio primario in prossimità della zucca. L’ obiettivo è raggiungere un angolo di 90° circa ed il piccolo frutto si troverà al suo esterno. Meglio compiere l’ operazione spostando il talcio poco a poco in un paio di giorni. Sarà utile approfittare delle ore calde quando i tessuti del tralcio sono maggiormente flessibili. Ad ogni zucca utile (in genere 2) andrà effettuata la piegatura del tralcio facendo attenzione a reindirizzarlo verso il centro dell’ area assegnata. In genere, anche per preservare la genetica, l’impollinazione viene fatta manualmente, scegliendo i fiori posizionati sul primario che è il tralcio eletto a “nutrire” la nostra zucca. Zucche allegate sui tralci secondari solitamente danno risultati inferiori. Come si vede chiaramente dalla foto, il fiore maschio (quello a sinistra) non presenta rigonfiamento alla base ed è deputato solo alla produzione di polline. Al contrario il fiore femmina ha una zucchetta in miniatura alla base del fiore. Al suo interno si trova lo stigma che può avere un numero di lobi variabile da 4 a 6.

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Nei limiti del possibile si cerca di scegliere sempre i fiori che presentano i lobi simmetrici e privi di deformità. La presenza dell’ ovario sullo stigma potrebbe essere causa di malformazione del frutto. Questo non è però una certezza quindi in attesa della seconda zucca da impollinare è meglio portare avanti anche frutti con l’ ovario esterno.

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E’ bene sapere che i fiori si schiudono alle prime luci dell’alba e vanno preservati coprendoli con delle calzette in nylon oppure legati con dei laccetti a partire dalla sera precedente in maniera tale da non venire contaminati dagli insetti impollinatori. Come segnale di schiusura generalmente il colore delle cime, alcuni giorni prima, vira dal verde al verdino chiaro fino ad arrivare al giallo, questo significa che il giorno dopo il fiore è maturo e pronto per la fecondazione.   Il mattino seguente prima che il sole sia alto è necessario procedere all’impollinazione manuale, rimuovendo i petali del fiore maschio e andando a strofinarlo con delicatezza tra i lobi del fiore femmina, per eseguire la stessa operazione si può utilizzare anche   un piccolo pennellino da pittura artistica con setole morbide. Una volta terminata l’operazione è necessario richiudere il fiore femmina bloccandolo con un laccetto, una molletta o un elastico fino al giorno seguente. A questo punto è consigliabile rimuovere una parte dei petali in modo da agevolare la disidratazione dello stigma che altrimenti potrebbe facilmente marcire.   Per sapere se l’operazione abbia avuto successo o meno occorrerà attendere i giorni successivi, se la zucchetta perde il suo colore brillante e la superficie della buccia raggrinzisce probabilmente il frutto non è stato allegato. Da non dimenticare la delicatezza delle giovani zucche, per cui evitare che questa possa venire in contatto col picciolo della foglia, con il tralcio o con il viticcio vicino a se. Eventuali ferite anche se lievi accorse in questa fase possono causare gravi deformità. Tra i fattori che incidono sull’allegagione del frutto vi sono sicuramente l’equilibrio nutrizionale della pianta e la temperatura. In caso di stress termico la pianta può avere difficoltà nell’ allegazione. Per evitare questo fenomeno , i risultati migliori si hanno con l’ utilizzo di impianto di raffreddamento a pioggia fatto con microirrigatori o nebulizzatori. Quanto più le gocce d’ acqua sono sottili tanto più si riuscirà ad abbattere la temperatura. L’ ausilio di questa tecnica evita ustioni di ogni genere alla pianta e oltretutto la aiuta in fase di radicazione.

Un impianto collegato a un temporizzatore permette di scegliere la durata degli interventi e la fascia d’ azione che sarà durante le ore più calde. Attenzione però, l’ umidità eccessiva potrebbe incoraggiare l’ insorgere di alcune patologie. L’ ombreggiatura è un’ altra pratica utile a proteggere le piante da scottature ma ha anch’ essa degli svantaggi. Primo fra tutti la riduzione della fotosintesi specie se si è scelto una tessitura troppo fitta. Una volta “posato” sulle piante non è facile rimuoverlo e soprattutto nessuno avrà mai il tempo per metterlo su il mattino alle dieci e rimuoverlo il pomeriggio alle 16-16:30. Di conseguenza i piccioli delle foglie tendono ad allungarsi in cerca della luce e così facendo diventano fragili e vittima del vento. A zucca allegata il frutticino andrà protetto sia dalla luce del sole (è sufficiente coprirlo con un lenzuolo bianco) che isolato dal terreno. Uno strato di 3-5 cm di sabbia adagiata su un telo 2×2 di tessuto non tessuto pesante o altro materiale traspirante e permeabile saranno utili ad allestire un piano d’appoggio ben compattato e livellato. Qui la zucca crescerà almeno per i 3 mesi successivi. Nei 10 giorni seguenti l’ impollinazione la piccola zucca andrà pian piano ad aumentare il suo volume e sarà cruciale fare in modo che il picciolo e il fiore restino sullo stesso livello (in bolla). Tagliare i fittoni sviluppatisi in vicinanza della zucca se ostacolano le operazioni. Potrebbero essere utili degli spessori da mettere sotto il tralcio. Al raggiungimento della dimensione di un pallone da calcio è il momento invece di spostare la zucca in modo da posizionarla perfettamente all’ esterno della curvatura del tralcio. Al fine di dar spazio a sufficienza alla zucca in crescita si potranno recidere il tralcio secondario cresciuto sul nodo, quello prima e quello dopo. Sarà sufficiente indirizzare gli altri lontano dal frutto. Non dimentichiamo che a tre settimane di vita la zucca avrà una crescita esponenziale per cui verificate quotidianamente che non si crei tensione tra picciolo della zucca e il tralcio primario. Se necessario tagliate i fittoni che impediscono il movimento del tralcio e teneteli sollevati con l’ aiuto di spessori. Questo aiuterà ad evitare fratture nel punto di connessione tra picciolo e tralcio. Sarà uno spettacolo vedere i frutti prendere forma e guadagnare chili ma il lavoro non è ancora finito! Si dovrà infatti seguitare con la potatura dei terziari e la copertura dei nodi per avere radici “fresche” che ci permetteranno di alimentare il frutto fino a maturazione. Alcuni coltivatori stendono l’ impianto a goccia man mano che la pianta cresce mentre altri lo piazzano con anticipo. La cosa fondamentale è che sia fitto in modo da garantire una bagnatura omogenea della superficie del suolo.

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Solamente così si avrà una buona radicazione. I giovani fittoni infatti seccherebbero se trovassero il suolo secco. Solitamente entro fine luglio la pianta avrà occupato tutta la superficie assegnata.

Le mutazioni sulle Atlantic Giant e il fenomeno botanico della Fasciazione.

A chi coltiva le Atlantic Giant sicuramente sarà capitato di incappare in alcune piante definite, forse impropriamente “mutanti”, ma cosa sono effettivamente queste mutazioni e da cosa dipendono? Alcune deformazioni dei tralci chiamate “double vine” o “ribbon vine” in gergo cucurbitaceo in realtà sono assimilabili al fenomeno della fasciazione botanica che interessa una moltitudine di specie vegetali.

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La Fasciazione è una condizione di sviluppo anormale nelle piante vascolari, dove il meristema apicale che solitamente si sviluppa attorno ad un singolo punto generando tessuto di natura cilindrica si presenta invece appiattito, nastriforme e contorto. Il fenomeno è stato riscontrato su diversi tipi di tessuto vegetale: radici, fusto, rami fiori e persino frutti. Sebbene sia una condizione rara in termini assoluti si è appurato che la fasciazione colpisce in realtà una moltitudine di piante diverse all’interno del regno vegetale, è stata infatti osservata in oltre 100 specie vegetali diverse, sia erbacee che arboree.

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Ad oggi non si è ancora stabilita con certezza la causa generatrice di tali malformazioni a livello del tessuto meristematico, ma pare vi siano una serie di fattori che ne favorirebbero la sua comparsa.

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Secondo le ipotesi prevalenti potrebbero essere 5 diversi tipi di fattori ad interferire con la malformazione del meristema apicale:

  • cause genetiche imputabili a mutazioni genetiche casuali,
  • cause meccaniche ai danni del tessuto meristematico (punture di insetti, lesioni)
  • squilibri ormonali all’interno della pianta,
  • infezioni da virus, funghi batteri o fitoplasmi (ex. Rhodococcus fascians)
  • shock termici

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Ad ogni modo tali mutazioni nelle atlantic giant rendono la gestione della pianta molto complicata. Se la pianta è ancora piccola conviene estirparla totalmente dando spazio a una pianta di riserva (ecco perché raccomandiamo sempre di seminare un numero maggiore di semi rispetto a quelli che effettivamente ci servono, l’impreviso è sempre dietro l’angolo). In caso di pianta adulta ormai ben sviluppata si può tentare di recidere il tralcio mutante fino al primo secondario valido ed allevare quest’ultimo come se fosse il nostro nuovo primario. Ovviamente il risultato finale non sarà lo stesso, è pur sempre un secondario e non ha la stessa capacità di nutrire il frutto rispetto a un primario sano, ma se volete a tutti i costi una zucca nel vostro campo questa è una soluzione praticabile. Molto spesso capita di osservare tali mutazioni anche sui tralci secondari, in questo caso la gravità del problema è decisamente contenuta.

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Oidio, Pseudoperonospora Cubensis e Virosi, le malattie che colpiscono più frequentemente le nostre cucurbitacee: cosa sono e come si combattono?

La stagione come sappiamo presenta numerose insidie a più o meno elevato livello di rischio per la coltivazione delle Atlantic giant. A livello di fitopatie sicuramente le più frequenti e attese da ogni coltivatore di zucche giganti sono l’oidio la peronospora delle cucurbitacee e le virosi.

Tra le malattie delle cucurbitacee, il “mal bianco” è senza dubbio la più frequente. Si tratta di una fitopatia tipica di questa famiglia botanica in pieno campo e in coltura protetta e, pur non essendo di carattere distruttivo per le colture ed in particolare per i frutti, se non è adeguatamente tenuta sotto controllo può determinare danni considerevoli. Le infezioni più intense si verificano generalmente nei mesi di giugno e luglio, soprattutto in corrispondenza di andamenti climatici caldi e asciutti. I sintomi sono analoghi come per le diverse cucurbitacee e interessano prevalentemente foglie, fusti e piccioli. Sulle lamine fogliari, in particolare, la malattia si manifesta inizialmente sulla pagina inferiore attraverso piccole macchie bianche rotondeggianti, che in seguito si moltiplicano spesso confluendo fra di loro ed estendendosi ad entrambe le pagine fogliari che assumono un aspetto polverulento biancastro.

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Col progredire dell’attacco le foglie ingialliscono e nei casi più gravi si accartocciano e disseccano.

Per quanto riguarda la sua prevenzione, la lotta chimica, è la strada più sicura da intraprendere. I prodotti utilizzati sono abbastanza numerosi. Fra gli antioidici tradizionali, quelli a base di zolfo conservano un’attività preventiva soddisfacente tuttavia essi sono da utilizzare con attenzione a causa del rischio di fitotossicità ad alte temperature. Evitando di fare pubblicità a un prodotto di una marca piuttosto che un altro ci limiteremo a parlare dei principi attivi utilizzati. La maggior parte degli antioidici di sintesi attualmente impiegati rientra nel gruppo chimico dei triazoli, tra i più utilizzati sicuramente il penconazolo, ma altri della stessa famiglia e con meccanismo di azione simile sono il bitertanolo, difenoconazolo, fenbuconazolo, miclobutanil, propiconazolo, tebuconazolo, tetraconazolo, triadimenol e fenarimol. Un altro principio attivo che ha mostrato efficacia è il bupirimate, appartenente al gruppo delle idrossipirimidine. A partire dalla fine del decennio scorso sono state introdotte altre molecole attive contro il mal bianco: quinoxyfen, della famiglia delle fenossichinoline e numerose altre, afferenti al gruppo degli analoghi delle strobilurine: azoxystrobin,tryfloxistrobin e kresoxim-methyl, quest’ultimo formulato in miscela con il recentissimo boscalid del gruppo delle carbossimidi. Sono molecole dotate di meccanismi d’azione diversi, ma tutti di tipo specifico, accomunate dalla capacità di penetrare più o meno in profondità nei tessuti, assicurando in tal

modo una discreta persistenza d’azione; per tale motivo, per questi antioidici, vengono in genere consigliati degli intervalli di applicazione di circa 10 giorni. Il programma di protezione delle colture dalla malattia deve essere preferibilmente di carattere preventivo ma, considerata la non elevatissima virulenza del patogeno (che tuttavia varia da zona a zona), i trattamenti possono iniziare anche solo dopo la comparsa dei primissimi sintomi di mal bianco.

La Pseudoperonospora cubensis è un patogeno obbligato delle cucurbitaceae che cresce nello spazio intercellulare dei tessuti dell’ospite. I sintomi iniziali sono rinvenibili sulla pagina superiore delle foglie e appaiono come piccole macchie poligonali delimitate dalle nervature fogliari, di colore grigio chiaro. Successivamente tendono a diventare color giallo brillante.

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Le foglie colpite, negli stadi iniziali, appaiono quindi con macchie simili ad un mosaico. In seguito le macchie tendono ad ingrandirsi, a confluire e a necrotizzare assumendo una colorazione brunastra. A questo punto la foglia dissecca e si incurva, rimanendo però attaccata al fusto tramite il picciolo.

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Se le condizioni ambientali sono favorevoli, nella pagine inferiore delle foglie, in corrispondenza delle macchie appare una muffetta di colore grigiastro – viola che rappresenta la sporulazione del microrganismo, costituita dai rami sporangiofori che erompono attraverso gli stomi. In genere i sintomi sono più evidenti sulle foglie, ma possono essere colpiti anche picciolistelo e cotiledoni. Sui fiori si osserva l’aborto e l’arresto dello sviluppo. Le piante colpite possono presentare crescita stentata, vegetazione disseccata o anche morte precoce se sono infettate molto giovani. La maturazione dei frutti risulta compromessa con abbassamento della produzione in quanto la riduzione della capacità fotosintetica della pianta si riflette in un minor accumulo di zuccheri. Più le infezioni sono precoci, più le ripercussioni sulla produzione saranno gravi. La difesa dalla peronospora delle cucurbitacee è sostanzialmente di due tipi. La lotta agronomica è basata sulla prevenzione e sull’utilizzo di tecniche colturali atte a sfavorire il verificarsi delle condizioni favorevoli di contagio. A tal proposito potrebbe essere utile tenere presenti alcuni aspetti durate la coltivazione:

  • privilegiare la coltivazione in pieno sole
  • limitare i ristagni idrici e l’umidità eccessiva, garantendo un ottimo drenaggio del terreno
  • evitare un’eccessiva fittezza d’impianto garantendo una buona aerazione alle nostre piante.

Tuttavia la sola prevenzione tramite l’utilizzo di accorgimenti agronomici e di natura tecnica può fare ben poco, ai primi campanelli d’allarme è necessario intraprendere una tempestiva lotta chimica tramite l’utilizzo di alcuni prodotti a base di rame oppure fungicidi sistemici come il fosetyl alluminio o il dimetomorf. Alcuni fungicidi ad ampio spettro di nuova generazione come le strobiruline hanno mostrato inizialmente una grossa efficacia, ma ahimè vanno aumentando sempre più i fenomeni di resistenza a questi principi attivi. Ond’evitare ciò sarebbe il caso di pianificare gli interventi in maniera cadenzata effettuando la rotazione dei principi attivi, privilegiando i susseguenti tra quelli che agiscono con un diverso meccanismo di azione.

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Le cucurbitacee in generale sono colture particolarmente suscettibili alle malattie virali, causate principalmente dal virus del mosaico del cetriolo (CMV), dal virus 2 del mosaico del cocomero (WMV-2) e dal virus del mosaico giallo dello zucchino (ZYMV). La trasmissione avviene con semplici punture di assaggio di afidi, primi fra tutti Aphis gossypii e Myzus persicae. I sintomi sono costituiti principalmente da mosaicature, depigmentazioni ingiallimenti e bollosità delle foglie,maculature e deformazione dei frutti.

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Le infezioni, in particolare se precoci, possono compromettere gravemente la stagione. Le infezioni tardive, su piante già con zucche allegate da oltre venti giorni o in fase di raccolta, permettono di continuare il ciclo senza danni ingenti. La gravità dei danni causati dai virus, che possono infettare singolarmente o in consociazione, varia da anno ad anno e nel corso della stagione. Nei confronti dei virus la difesa risulta particolarmente difficoltosa, poiché non esiste alcun metodo di lotta risolutivo. Di seguito elenchiamo alcune misure preventive.

– Controllo delle colonie di Afidi, principali ma non unici vettori delle virosi. Anche i nematodi presenti nel terreno possono essere vettori del virus.

– Sterilizzazione degli attrezzi da lavoro, evitando inoltre l’uso degli stessi attrezzi su piante diverse (coltelli, forbici.. etc).

– Eliminazione delle piante con sintomi di virosi bruciando i residui colturali: quando l’infezione è localizzata permette di limitare la trasmissione dei virus alle altre piante dell’appezzamento attraverso le varie operazioni colturali o durante la raccolta.

– L’eliminazione delle malerbe, potenziali fonti di inoculo, dai pressi della coltura non trova alcuna conferma scientifica circa la sua reale efficacia nel limitare le infezioni, mentre, al contrario, è dimostrato il ruolo fondamentale della vegetazione spontanea nell’ambito dell’ecosistema.

– Anticipo o posticipo dell’impianto della coltura. Ha lo scopo di evitare il periodo di massimo rischio infettivo.

Purtroppo non esistono mezzi di difesa chimici o biologici efficaci nei confronti dei virus. L’unica possibilità di lotta efficace consiste nel prevenire la trasmissione della malattia da parte degli agenti vettori, che come abbiamo detto sono principalmente afidi.

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Le infestazioni afidiche (provocate da Aphis gossypii) possono interessare le foglie, i germogli, i fiori e i frutti, con gravi ripercussioni sullo sviluppo delle piante e dei frutti.

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Inoltre, come visto, gli afidi sono potenziali vettori di diversi virus (CMV, WMV, ZYMV) che possono compromettere la produzione. La comparsa delle prime infestazioni, di carattere generalizzato o localizzato, può avvenire già nella prima metà di maggio. Un accurato monitoraggio delle piante a partire da questo periodo risulta fondamentale per non correre rischi di contagio. In natura gli afidi vengono controllati da parecchi insetti utili (coccinelle, sirfidi, crisope e imenotteri), per tale motivo risulta fondamentale favorire la loro attività antagonistica, limitando o evitando trattamenti sulla coltura e ripristinando aree di rifugio naturali (siepi, boschetti, fasce di terreno inerbite). L’attività di contenimento delle infestazioni afidiche da parte delle popolazioni naturali di insetti utili non risulta sufficiente nel caso di attacchi precoci. In assenza di antagonisti naturali si rende necessario un intervento tempestivo alla comparsa delle prime colonie di afidi. In sistemi agricoli caratterizzati da elevata biodiversità e ricchezza di entomofauna utile, si è dimostrato sufficiente anche un solo trattamento con un aficida di origine naturale (piretro o rotenone) alla primissima comparsa degli afidi, per poi affidare il contenimento delle infestazioni afidiche alle popolazioni naturali di Coccinellidi.

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Nella scelta dei principi attivi da utilizzare è quindi di fondamentale importanza l’utilizzo di prodotti selettivi verso i predatori naturali che sono nostri validi alleati nella coltivazione della zucca.

Le reti antigrandine fotoselettive come valida alternativa all’antigrandine tradizionale: una prova sul campo

(a cura di Salvatore Parafioriti)

 

La principale funzione delle reti antigrandine, come risaputo, è quella di proteggere efficacemente le nostre colture dalle sempre più frequenti grandinate che interessano i principali areali ortofrutticoli. Le reti più diffuse in genere sono nere o neutre, ma se le prime garantiscono resistenza e durata notevoli, le seconde hanno evidenziato diversi limiti applicativi in campo. Tuttavia a fronte delle buone caratteristiche meccaniche, anche l’uso della rete nera può a volte non essere consigliabile, comportando una riduzione di circa il 25% della luce fotosinteticamente attiva (effetto ombreggiante senza variazione sostanziale dello spettro luminoso). Per questa ragione sono state studiate negli ultimi anni soluzioni che permettano di ottenere maglie resistenti e capaci di migliorare la capacità fotosintetica delle piante.

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Le reti antigrandine fotoselettive rappresentano una valida innovazione in questo settore.   Infatti possono combinare una efficacia di protezione e durata pari alle reti nere con fattori di ombreggiamento nettamente inferiori compresi tra il 15% e il 4%. Oltre a questo positivo aspetto, l’altra principale innovazione tecnica introdotta dalle reti fotoselettive nel mondo ortofrutticolo consiste nella capacità di modificare lo spettro del flusso luminoso accentuando l’incidenza percentuale di alcune bande del visibile (rosso, giallo, blu) in modo specifico rispetto allo spettro solare, oppure incrementando il quantitativo di luce diffusa (rete perla). Spettri luminosi diversi possono infatti svolgere un ruolo importante sulla fisiologia della pianta agendo direttamente sulla fotosintesi oppure sui processi fotomorfogenici come distensione degli internodi, ramificazione o differenziazione a fiore tanto su specie ornamentali quanto sulle arboree da frutto. Le prove di resistenza dei materiali e di durata del colore sono ancora in corso, ma sono già stati superati i 7 anni di tenuta in condizioni che simulano l’andamento climatico del centro-nord Italia.

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Dalla mia esperienza sul campo con rete antigrandine fotoselettiva rossa, posso affermare che la capacità fotosintetica delle piante non sembra affatto diminuita, le foglie rimangono basse, segno che la quantità di luce catturata è più che sufficiente, aspetto da non sottovalutare per i danni che il vento potrebbe arrecare alla nostra coltivazione. Per contro ho notato la crescita degli internodi ridotta, se da un lato potrebbe significare un numero maggiore di radici avventizie, dall’altro sicuramente la sovrapposizione del fogliame si traduce in una perdita di efficacia della pianta in termini fotosintetici. In una condizione del genere (foglie basse e ravvicinate) potrebbero trovare inoltre terreno favorevole le malattie fungine, data la scarsa aerazione della pianta, consiglierei il pattern a “ragno” per chi volesse utilizzare in seguito questo tipo di protezione antigrandine.

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By |2017-12-06T09:03:00+00:00luglio 5th, 2016|news|Commenti disabilitati su Newsletter – Giugno 2016

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